In occasione di una conferenza a Crescentino, città vercellese in cui si parlò dei crimini partigiani qui esposti ma sottaciuti per decenni, alla fine della relazione una collaboratrice de “L’impegno - Rivista dell’Istituto per la storia della Resistenza”, disse: «Sì va bene, ma cosa si intende dimostrare raccontando queste cose?»
Le risposi, sottintendendo la premessa della serata e cioè che sarebbe stato irresponsabile e criminale non riconoscere certi fatti orridi legati a nazismo e fascismo, ma che era giunto il momento di raccontare anche dei fatti partigiani: dirla tutta insomma.
La risposta evidentemente non soddisfò la ricercatrice storica, tanto che a conferenza conclusa la donna si avvicinò al tavolo e disse che “comunque alla domanda da lei posta non era seguita risposta”.
È evidente che riportare alla luce certe pagine strappate di storia continua a non essere sport praticabile, così come è anche evidente che le minacce contenute in un manifesto rivolto a Giuseppe Arlotta — assessore e organizzatore dell’evento — possono spiegare meglio di tante parole quanto l’argomento crimini-partigiani-comunisti sia ancora, e molto, un tabù. Nonostante siano passati sessant’anni.
Poi, anche la reiterante questione della cosiddetta “decontestualizzazione”; l’osservazione mossa in merito ad una presunta astrazione di singoli fatti dal loro generale contesto storico, a nostro avviso crolla di fronte a certi orridi episodi di bestiale violenza su donne spesso giovanissime, sovente del tutto aliene dalle cose della politica e della guerra.
Queste pagine parlano infatti anche di loro, sia pur in misura molto contenuta e — sarà bene sottolinearlo — tratteranno soltanto alcuni degli innumerevoli di questi casi, ossia quelli di cui si ha notizia non tanto certa, quanto orribilmente sconcertante.
Non vi è qui intenzione di vendicare uno o difendere un altro, tanto meno giustificare qualcosa, qualcuno o infangare qualcos’altro: qui vi è invece un crudo resoconto di episodi troppo spesso taciuti, inesplorati, negati, distorti e sovente annullati. Perché, è purtroppo questo l’atteggiamento di alcuni che ancora al presente sentono di essere gli unici depositari di verità e giustizia (e questo realmente un po’ spaventa…), con i quali per usare un eufemismo, è piuttosto complesso ragionare: perché certe verità “non esistono”, certe verità “non significano nulla”, certe verità semplicemente non hanno diritto di essere verità. Tutto ciò amareggia, sconforta, preoccupa: preoccupa perché l’immagine di un sedicente “pacifista” che aggredisce verbalmente chi si appresta a parlarne pubblicamente, non fa bene né alla storia né alla verità, né soprattutto proprio a quella pace che si dice di volere.
Lodovico Ellena
mercoledì 11 gennaio 2006
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